17 settembre 2014

Di grembiuli, di rosa e di blu

Anche per Bianca inizierà domani la scuola materna. Dopo il meraviglioso anno al nido, ora si cambia. La nuova scuola è proprio bella, tutta nuova, con il pavimento e i mobili in legno, delle aule grandi e un grande spazio verde all'esterno. Quello che al momento mi lascia perplessa è la questione dei grembiulini che i bimbi sono tenuti a portare, rosa per le bimbe, azzurro per i maschi. 


La legge Gemini dà la facoltà a ogni istituto di scegliere se fare indossare o meno un’uniforme che dovrebbe dare un’idea di uguaglianza sociale e magari anche di praticità. Benissimo, ma devono essere per forza essere distinti per genere?
Mi sono documentata e ho trovato una breve storia del colore rosa. Eccola, in sintesi: il rosa e il blu, insieme ad altri colori pastello, furono introdotti nell’abbigliamento per bambini nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, prima per i più piccoli dominava il bianco, più semplice da candeggiare. Col tempo, complici le teorie di Freud, l’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane. Dagli anni Cinquanta in poi avvenne una precisa assegnazione di colori; fu una cosa del tutto arbitraria e il rosa finì per essere identificato con le donne diventando onnipresente nell’abbigliamento e nei beni di consumo. La bambola Barbie (criticatissima negli ultimi anni per le sue misure non corrispondenti alla realtà) consolidò la femminilizzazione del rosa e gli anni Ottanta segnarono definitivamente l’idea dei colori che marcavano il genere di appartenenza. Da allora, complice il marketing, si imposero una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine.

È chiaro quindi che quello dei colori attribuiti in modo automatico a bambini e bambine è uno degli stereotipi culturali più radicati e scontati legati alla differenza di genere. Credo sia capitato a chiunque di voi di recarsi in un negozio per prendere un regalo per un bimbo e di sentirsi chiedere “è per un maschio o una femmina?” e non “quali sono i suoi interessi?”.
Davvero un'istituzione scolastica si prende la briga di stilare un documento che obbliga a una distinzione di genere? Se la legge Gelmini contenesse questa indicazione sarebbe incostituzionale? (che all'articolo 3 dice: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali").

E soprattutto: mia figlia subirà gravi danni dall'uso sconsiderato e protratto di un grembiule rosa? Ne dedurrà che a lei, femmina, spettano ruoli culturalmente inferiori a quelli previsti per i maschi e la sua autostima ne risentirà? Alè, le mie paranoie di mamma italiana stanno raggiungendo livelli di guardia. Mah! Il fatto è che il grembiule è richiesto e quindi al momento tocca metterlo.

Però mi chiedo: è poi così fondamentale questo grembiule? I nostri figli si dovranno confrontare con i loro coetanei dei Paesi nordici che di certo non indossano un grembiule per salire su un albero. Forse il Reggio Emilia Approach che ci apprezzano in tutto il mondo prevede l'uso di grembiulini differenziati? Non va bene una camicia qualsiasi del papà per pasticciare con i colori?

In ogni modo, se ancora siete convinti dell'uso del grembiule, sappiate che il Comune di Torino ha disposto dall’anno scolastico 2014-15 l'eliminazione dei grembiuli a favore di un abbigliamento essenziale che garantisca l’autonomia, l'identità individuale, le differenze di genere e di cultura. Le cose possono cambiare.

Così, per dire.